Giorgio Consoli | TARANTO

In Open Calls by coca project

COVID-19 STORY

Non avrei mai pensato di indossare i panni scomodi del profetico autore. Il 31 gennaio con la mia band abbiamo presentato uno spettacolo nuovo di zecca, in un teatro di Taranto, chiamato “Lettere dal Coprifuoco”! Ho scritto, tempo fa, personalmente i testi contenuti in quello spettacolo ed ora con straordinario stupore vedo realizzarsi tutto ciò: e che coprifuoco è mai questo? Siamo in tantissimi a porci questa domanda, incastonati in una ruota per criceti che forse è solo la percezione fisica di quanto vivevamo prima… O no? Faccio l’attore e il musicante per professione, precario per vocazione e realmente e se l’angoscia fa capolino per le sorti del mio settore e dei miei “compagni di sogni” e credo che se un senso possa avere questa quarantena stia nel saper riempire quel vuoto pneumatico di umanità in cui anche prima sembravamo essere sprofondati. Io, noi senza gli Altri siamo fottuti, solo che per chi sta in scena è assodato, chissà se lo era proprio per tutti gli altri.  Mi illudo: riappropiarsi dei silenzi, dei ritmi cadenzati, della profondità del non previsto e prescritto. E poi provo a leggere (finalmente Infinite jest di Foster Wallace, se non ora quando?), scrivere (ma poco) e riformare i miei pensieri. Per performare ci sarà tempo. Mi mancano tantissimo i miei amici e le videochiamate aiutano ma non colmano. Abbraccio gli alberi della campagna, maestà, in cui vivo. Mi alleno in attesa di farlo con gli umani, questi amati odiati sconosciuti complici.

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Giorgio Consoli | TARANTO

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Non avrei mai pensato di indossare i panni scomodi del profetico autore. Il 31 gennaio con la mia band abbiamo presentato uno spettacolo nuovo di zecca, in un teatro di Taranto, chiamato “Lettere dal Coprifuoco”! Ho scritto, tempo fa, personalmente i testi contenuti in quello spettacolo ed ora con straordinario stupore vedo realizzarsi tutto ciò: e che coprifuoco è mai questo? Siamo in tantissimi a porci questa domanda, incastonati in una ruota per criceti che forse è solo la percezione fisica di quanto vivevamo prima… O no? Faccio l’attore e il musicante per professione, precario per vocazione e realmente e se l’angoscia fa capolino per le sorti del mio settore e dei miei “compagni di sogni” e credo che se un senso possa avere questa quarantena stia nel saper riempire quel vuoto pneumatico di umanità in cui anche prima sembravamo essere sprofondati. Io, noi senza gli Altri siamo fottuti, solo che per chi sta in scena è assodato, chissà se lo era proprio per tutti gli altri.  Mi illudo: riappropiarsi dei silenzi, dei ritmi cadenzati, della profondità del non previsto e prescritto. E poi provo a leggere (finalmente Infinite jest di Foster Wallace, se non ora quando?), scrivere (ma poco) e riformare i miei pensieri. Per performare ci sarà tempo. Mi mancano tantissimo i miei amici e le videochiamate aiutano ma non colmano. Abbraccio gli alberi della campagna, maestà, in cui vivo. Mi alleno in attesa di farlo con gli umani, questi amati odiati sconosciuti complici.

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