Ezia Mitolo | Taranto

In Open Calls by coca project

COVID-19 STORY

Racconto la mia storia di quarantena mentre ascolto ininterrottamente da due giorni le mie voci di bambina, di adolescente e di donna matura registrate con un mini registratore sequestrato a mio fratello (l’aveva avuto in regalo alla sua prima comunione negli anni 70, tesoro, sorelle maggiori power!).Ho tutto il tempo mio, ed allora questo era uno degli innumerevoli  impegni e propositi, sempre rimandati da secoli, che avevo scritto di portare a termine nella lunga “lista” stilata all’inizio della quarantena: digitalizzare tutte le cassette audio: ho quasi finito tutto. Ottimo lavoro, no scleri, no “poi le finisco un’altra volta”, lasciando puntualmente il lavoro a metà. Adesso è dolcezza della quiete e gusto del compimento, inizio, e finisco. In pace, perché il tempo è mio. Questo è il regalo più prezioso offerto dalla terribile pandemia.

Vivo da sola con la mia adorata cagnetta Nina, per fortuna in una casa grande e luminosa che negli ultimi anni soprattutto, è diventata il proseguimento del mio studio che è al piano terra dello stesso palazzo in cui abito. Sculture giù, disegni, computer, progetti, su. Mi manca solo viaggiare; ma viaggio con la testa.

Questi giorni scorrono e sono seduta su un’altalena, dondolo veloce e propositiva mentre faccio cose, mi fermo quasi, se piango assorbendo tutto il dolore, rallento, se assalita dalla malinconia di solitudine per questa insolita lontananza dal resto della mia famiglia e dai cari amici. Ma dondolo, comunque mi muovo tra il sopra e sotto della mia testarda volontà di reagire emotivamente e fattivamente (sorridendo anche) a questa nuova vita sorprendentemente surreale (ci pensate a quando ricorderemo tutto questo?).

La mia benedetta creatività scatenata mi salva ogni giorno, all’inizio del blocco a casa mi sentivo impazzire dal rumore del cervello che frullava intemperante mille idee, gridavo inquieta sì a tutto, “posso fare questo…sì!”, “quest’altro, sì!”, “inizio allora, e inizio anche questo, inizio, inizio, inizio!”; poi la lista mi è corsa in aiuto, lungo elenco utile non a riempire il tempo ma ad ottimizzarlo, elenco da sbirciare, a seconda degli umori individuo voci, voci che poi spunto, a cosa fatta, con grande soddisfazione. Pensavo che, In fondo, a parte il profondo dolore e ansia strettamente legati al virus ed alle scene apocalittiche delle città deserte e popolate di sparuti musetti bianchi, la mia vita non avrebbe subito modifiche eclatanti: amo stare a casa, perché sono io la mia casa, posso contare ogni momento su questi muri e mobili pieni di oggetti vecchi e nuovi, la mia casa è abbraccio e soccorso.

E così è stato, così è. Sono ancora su quell’altalena a dondolare, con Nina che mi salta sulle gambe e lascia svolazzare, complice, insieme ai miei vestiti, le sue grandi orecchie, nel vento del movimento. E dondolo, nell’attesa di scendere senza ansia dell’attesa, so che scenderò, non posso sapere quando e come, ma intanto mi lascio dondolare.

 

 

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Racconto la mia storia di quarantena mentre ascolto ininterrottamente da due giorni le mie voci di bambina, di adolescente e di donna matura registrate con un mini registratore sequestrato a mio fratello (l’aveva avuto in regalo alla sua prima comunione negli anni 70, tesoro, sorelle maggiori power!).Ho tutto il tempo mio, ed allora questo era uno degli innumerevoli  impegni e propositi, sempre rimandati da secoli, che avevo scritto di portare a termine nella lunga “lista” stilata all’inizio della quarantena: digitalizzare tutte le cassette audio: ho quasi finito tutto. Ottimo lavoro, no scleri, no “poi le finisco un’altra volta”, lasciando puntualmente il lavoro a metà. Adesso è dolcezza della quiete e gusto del compimento, inizio, e finisco. In pace, perché il tempo è mio. Questo è il regalo più prezioso offerto dalla terribile pandemia.

Vivo da sola con la mia adorata cagnetta Nina, per fortuna in una casa grande e luminosa che negli ultimi anni soprattutto, è diventata il proseguimento del mio studio che è al piano terra dello stesso palazzo in cui abito. Sculture giù, disegni, computer, progetti, su. Mi manca solo viaggiare; ma viaggio con la testa.

Questi giorni scorrono e sono seduta su un’altalena, dondolo veloce e propositiva mentre faccio cose, mi fermo quasi, se piango assorbendo tutto il dolore, rallento, se assalita dalla malinconia di solitudine per questa insolita lontananza dal resto della mia famiglia e dai cari amici. Ma dondolo, comunque mi muovo tra il sopra e sotto della mia testarda volontà di reagire emotivamente e fattivamente (sorridendo anche) a questa nuova vita sorprendentemente surreale (ci pensate a quando ricorderemo tutto questo?).

La mia benedetta creatività scatenata mi salva ogni giorno, all’inizio del blocco a casa mi sentivo impazzire dal rumore del cervello che frullava intemperante mille idee, gridavo inquieta sì a tutto, “posso fare questo…sì!”, “quest’altro, sì!”, “inizio allora, e inizio anche questo, inizio, inizio, inizio!”; poi la lista mi è corsa in aiuto, lungo elenco utile non a riempire il tempo ma ad ottimizzarlo, elenco da sbirciare, a seconda degli umori individuo voci, voci che poi spunto, a cosa fatta, con grande soddisfazione. Pensavo che, In fondo, a parte il profondo dolore e ansia strettamente legati al virus ed alle scene apocalittiche delle città deserte e popolate di sparuti musetti bianchi, la mia vita non avrebbe subito modifiche eclatanti: amo stare a casa, perché sono io la mia casa, posso contare ogni momento su questi muri e mobili pieni di oggetti vecchi e nuovi, la mia casa è abbraccio e soccorso.

E così è stato, così è. Sono ancora su quell’altalena a dondolare, con Nina che mi salta sulle gambe e lascia svolazzare, complice, insieme ai miei vestiti, le sue grandi orecchie, nel vento del movimento. E dondolo, nell’attesa di scendere senza ansia dell’attesa, so che scenderò, non posso sapere quando e come, ma intanto mi lascio dondolare.

 

 

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